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Iperborea

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Iperborea (AFI: /iperˈbɔrea/) era una terra leggendaria, patria del mitico popolo degli Iperborei.[1]

Il continente degli Hyperborei al Polo artico in una mappa di Abraham Ortelius del 1624.

Nei miti della religione greca e nelle dottrine degli storici classici, tra cui Erodoto e Plinio,[2] gli Iperborei erano un popolo caro ad Apollo,[1] che viveva in una terra lontanissima situata a nord della Grecia.[1]

La loro etimologia significa «coloro [che vivono] oltre βορέας», cioè Borèas o la sede di Borea, personificazione del vento nordico, quindi Ὑπερβόρεoι (iper-borei).[3] Legata al mito dell'età dell'oro,[4] questa regione era un paese perfetto, illuminato dal Sole splendente per sei mesi all'anno.[5]

Fonti letterarie sugli Iperborei

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Nella letteratura greca, Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) colloca gli Iperborei all'estremo Nord, tra i mitici monti Rifei (talora identificati con gli Urali) e l'Oceano, inteso come l'anello d'acqua che la cultura greca immaginava scorrere attorno alle terre emerse come fosse un fiume.

Apollo sul carro del Sole,[6] ritenuto la principale divinità degli Iperborei,[7][1] talora denominato lui stesso «Apollo Iperboreo».[8]

Ecateo di Abdera (IV-II secolo a.C.), autore di un'opera Sugli Iperborei di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca in un'isola dell'Oceano «non minore della Sicilia per estensione». Su quest'isola, dalla quale è possibile vedere la Luna da vicino, i tre figli di Borea rendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei monti Rifei.

Esiodo[9] colloca gli Iperborei «presso le alte cascate dell'Eridano (Ἐριδανός) dal profondo alveo». La cultura greca formulò numerose proposte in merito alla sede geografica di questo fiume e due fonti in particolare ci trasmettono la nozione secondo cui l'Eridano sfociasse nell'Oceano settentrionale: Ferecide di Atene[10] ed Erodoto[11], anche se in seguito esso venne identificato col fiume Po.

Pindaro[12] colloca gli Iperborei nella regione delle "ombrose sorgenti" del fiume Istro (in greco Ἴστρος, l'attuale Danubio). In un passo del Prometeo Liberato Eschilo ricorda la fonte dell'Istro come situata nel paese degli Iperborei e nei monti Rifei; Ellanico di Lesbo[13] e Damaste di Sigeo[14] pongono la sede iperborea oltre i monti Rifei; quest'ultimo ricorda i monti Rifei come situati a nord dei grifoni guardiani dell'oro.[15]

L'appellativo di «iperboreo» viene inoltre attribuito da Giamblico, nel suo catalogo di pitagorici, all'indovino Abaris,[16] il quale viene appellato in tal modo anche da Nicomaco,[17] mentre Eliano riferisce che, a quanto detto da Aristotele, Pitagora era chiamato dai Crotoniati «Apollo Iperboreo».[18]

Mappa del mondo conosciuto al tempo di Erodoto, a nord del quale venivano collocati gli Iperborei.

Aristotele cercò di fornire una collocazione specifica nella sua opera Meteorologica, situando Iperborea al di là dei monti della Scizia, i quali facendo da scudo al vento Borea rendevano mite e temperato il clima di quella regione, individuandovi un enorme bacino idrico che doveva alimentare i grandi fiumi del mondo.[19]

Erodoto riassunse un poema di Aristea di Proconneso, ora perduto, nel quale costui riferiva di un proprio viaggio compiuto per ispirazione di Apollo in regioni lontane, sino al paese degli Issedoni, «al di là» dei quali vi sarebbero stati gli Arimaspi monocoli, i grifoni custodi dell'oro, e infine gli Iperborei, che vivevano in una terra dove il clima era sempre primaverile, e piume volteggiavano nell'aria.[20] Altri riferimenti simili sono presenti in Pausania,[21] Diodoro Siculo,[22] Plutarco ecc.[5]

Quest'ultimo cita gli abitanti di Iperborea in un contesto strettamente etnico e geografico,[23] mentre Strabone nella sua Geografia la considerava una terra mitica priva di fondamento geografico, ritenendola frutto di invenzione poetica.[24]

Nella letteratura romana fu soprattutto Plinio il Vecchio a trattare del mito di Iperborea nella sua Naturalis Historia (libro IV, 89-91),[2] in cui la presentava come una regione geografica reale, situata all'estremo nord, riferendone al contempo le mirabilia tipiche del genere paradossografico: egli la descrisse infatti come un luogo utopico e ameno, caratterizzato da condizioni di vita ideali, soleggiato e protetto dai venti gelidi del nord grazie alla barriera dei monti Rifei.[25]

I suoi abitanti secondo Plinio vivono in boschi e selve adorando gli Dèi, non conoscono discordie né malattie, e la morte sopraggiunge solo per «sazietà di vita», ricercata serenamente dagli anziani dopo un'esistenza condotta tra piaceri e banchetti.[25] Per tutte queste caratteristiche idilliache, che lo legano al mito dell'età dell'oro,[4] iperboreo assunse in greco e in latino il significato di «felice», «beato».[26]

Iperborea nell'età moderna

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Durante il Rinascimento la riscoperta dei testi classici, tra cui Erodoto e Pindaro, riportò in auge il mito degli Iperborei come popolo ideale, del quale gli umanisti, da Petrarca a Bacone, valorizzarono il legame con Apollo, dio del Sole e delle arti.[27]

Successivamente il Romanticismo ne trasformò il mito greco in un un simbolo delle leggende nordiche con cui valorizzare le radici nazionali: Iperborea non era più solo il giardino di Apollo, ma una terra di brughiere, ghiacci e saghe eroiche, che come Thule rispecchiava l'inquietudine dell'anima romantica, alla ricerca dell'autenticità perduta e dell'origine vitale delle tradizioni popolari, ora collocate in un settentrione idealizzato.[28]

Pagina dalla Storia dell'astronomia antica (1775), in cui Bailly attribuisce ad Iperborea-Atlantide la culla della civiltà.

L'astronomo e letterato francese Jean Sylvain Bailly, verso la fine del Settecento, tornò a parlare di Iperborea anche in ambito scientifico, in alcune tra le sue opere più importanti, tra cui le Lettres sur l'Atlantide de Platon (1779) e l'Essai sur les fables et sur leur histoire (postumo, 1798). Egli unì la tradizione di Iperborea al mito di Atlantide, che in tempi antichissimi si sarebbe estesa dalle coste occidentali dell'Irlanda alla Groenlandia, e poi sarebbe stata sommersa (più di 11 000 anni fa).

Ipotizzando l'esistenza di un'antichissima civiltà nordica, Bailly nella sua concezione della storia sosteneva infatti la tesi secondo cui un'Atlantide Iperborea nordica fosse la civiltà originaria del genere umano, che essa avesse inventato le arti e le scienze e che avesse "civilizzato" i Cinesi, gli Indiani, gli Egizi e tutti i popoli dell'antichità.

Egli posizionò questo popolo primordiale nel lontano nord dell'Eurasia, nell'isola di Spitzbergen, nei pressi della Siberia, argomentando che quelle dovevano essere state le prime terre abitabili quando la Terra, originariamente incandescente ed inospitale alla vita secondo le ipotesi paleoclimatiche teorizzate da Buffon e Mairan, aveva incominciato a raffreddarsi. Il costante raffreddamento della Terra le aveva però, successivamente, rese inabitabili e aveva seppellito l'ancestrale territorio di questa civiltà sotto il ghiaccio, in modo da perdere completamente le tracce degli Atlantidei, e obbligando i loro discendenti a spostarsi più a sud per colonizzare le altre zone del globo.[29][30][31]

Iperborea nell'occultismo

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Sebbene Bailly non avesse fatto riferimento ad alcun tipo di razza umana, da qui a teorizzare un'origine iperborea della "razza ariana" il passo fu breve. Il darwinismo da un lato portò all'introduzione, nel concetto di razza, di una connotazione basata sulla sua maggiore o minore evoluzione biologica; dall'altro Helena Blavatsky descrisse ne La dottrina segreta una storia occulta dell'umanità, nella quale Iperborea era rappresentata come un continente polare che si estendeva dall'attuale Groenlandia fino alla Kamčatka, e sarebbe stata la sede della seconda razza dell'umanità, esseri androgini dalle fattezze mostruose.

Costoro vengono descritti dalla teosofia come individui ancora piuttosto ottusi, perché dotati solo di un primitivo rudimento della mente, benché molto eterei e spirituali, che si riproducevano per gemmazione, emettendo parti di sé simili a gocce di sudore.[32] Situata a sud-ovest rispetto al Polo nord,[33] questa loro terra primordiale tuttavia sarebbe stata connotata da un clima caldo e tropicale, secondo le tesi esposte anche dai teosofi Besant e Leadbeater.[34]

The Mount of Congregation di Joseph Michael Gandy (1818), ispirato al Paradiso perduto di John Milton.
«Queste forme dai colori brillanti, filamentose, alcune arborescenti, altre quasi animali, altre ancora quasi umane, vagavano qua e là, galleggiavano, scivolavano, si arrampicavano, chiamandosi l'un l'altra con note flautate, attraverso le splendide foreste tropicali

Altre descrizioni occulte di Iperborea ricorrono nell'antroposofia di Rudolf Steiner, secondo cui la Terra costituiva allora un unico corpo celeste con il Sole e la Luna, sicché l'umanità viveva in una sorta di unione armoniosa con le forze solari e lunari, non essendosi ancora verificato il loro distacco che avrebbe poi condotto alla separazione dei sessi nella successiva Lemuria.[35]

L'ambiente iperboreo viene descritto da Steiner come saturo della luce e del calore del Sole, mentre la coscienza umana consisteva in una veggenza onirica o crepuscolare, non intellettuale; rispetto alla forma densa degli uomini attuali, egli sottolinea la profonda diversità degli iperborei, la cui essenza interiore ricordava piuttosto quella delle piante, che vivendo «nel grembo degli Dèi», beneficiavano direttamente dei loro influssi solari.[35]

Iperborea nei racconti e nelle ideologie

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Tali miti esoterici contribuirono a fare di Iperborea il simbolo di una purezza ancestrale. Già Friedrich Nietzsche ne L'Anticristo aveva sostenuto:

«Iperborei siamo - sappiamo bene di vivere al margine.

Né per mare o per terra troverai il cammino che porta agli Iperborei, già recitava Pindaro di noi. Oltre il Nord, oltre il ghiaccio, oltre la morte- la vita nostra, la felicità nostra…[36]»

Si riferiva a se stesso e ai suoi lettori elitari,[37] in quanto già nella prefazione del libro precisa: «Appartiene ai pochissimi questo libro. Non ne è venuto al mondo neppure uno di costoro, forse […]. V'è chi nasce postumo».

Ricostruzione immaginaria di un'Atlantide «nordica».

Del mito di Iperborea si alimentò l'immaginario misticheggiante del nazismo,[36] che la elesse a patria originaria e perduta della razza nordica,[38] identificando Thule come sua capitale,[39] e dando luogo a correnti come l'ariosofia che deformarono le dottrine teosofiche mescolandole con nazionalismo tedesco e razzismo scientifico.[40]

Julius Evola d'altro canto ribatteva che l'appartenenza alla razza iperborea non fosse solo una questione di sangue,[41] bensì un fenomeno essenzialmente spirituale, che dotava i suoi membri di una tempra solare, guerriera e regale.[42] Egli non credeva all'evoluzione darwinista delle razze, ma al contrario teorizzava una loro «involuzione» a partire da quel centro nordico iperboreo,[43] che rappresentava la Tradizione primordiale dell'età dell'oro,[42] progressivamente corrottasi verso forme sempre più materiali e «telluriche»,[44] nelle quali invano si sarebbe ritrovata quell'originaria purezza.[45]

«Usiamo di preferenza il termine "iperboreo" per prevenire errate intepretazioni e giustificate apprensioni. Parlando di "nordico-ario", infatti, si potrebbe credere che noi più o meno aderiamo alla tesi pangermanica. […] Come lo usiamo noi, invece, il termine "iperboreo" ha una ben diversa estensione. Esso si rifersice ad un ceppo assolutamente primordiale, che sta alla base del gruppo complessivo delle genti e delle civiltà arie, e del quale le razze propriamente nordico-germaniche non sono che una particolare diramazione.»

Ancora nel secondo dopoguerra Miguel Serrano, scrittore cileno appartenente al filone occultista neonazista, affermò (influenzato dal teorico della paleoastronautica Robert Charroux) che Iperborea sarebbe stata la prima casa degli ariani dopo lo sbarco sulla Terra dalla "dimensione del raggio verde", che sarebbe stato possibile grazie a una "fessura cosmica" di Venere. La progenie degli ariani incociandosi con gli "uomini-bestia" allora presenti avrebbe dato origine all'umanità. Questo tuttavia fece sì che gli iperborei perdessero la grazia originale e che il loro regno sprofondasse dentro la Terra cava, dove, nelle città sotterranee di Shambhala e Agartha, ancora si troverebbero uomini-dei di pura discendenza ariana.

Tra gli scrittori che in una magica terra chiamata «Hyperborea» hanno ambientato le loro storie di fantasia vi sono H.P. Lovecraft, Robert E. Howard, Clark Ashton Smith e Miloš Crnjanski, talora posizionandola in Scandinavia o nel Nord Europa, altri identificandola con la stessa Atlantide, o con Thule.[40]

Iperborea nella cultura di massa

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Il nome della casa editrice milanese Iperborea deriva dalle suddette suggestioni classiche e scandinave, con l'intento di portare in Italia la letteratura nordica.

  • Il cantautore Francesco Guccini nel 2012 intitola il suo album L'ultima Thule, nella copertina infatti viene raffigurata una nave in avanscoperta nei mari del circolo polare artico, luoghi dove si pensa che ci fosse stata l'isola di Thule
  • Il musicista black metal, ambient e neofolk norvegese Varg Vikernes è noto per un blog, per un canale YouTube, per un canale sulla piattaforma di hosting video BitChute e per un profilo Twitter chiamati "Thulêan Perspective". Inoltre un suo album si chiama Thulêan Mysteries[46] e recentemente ha espresso varie teorie sull'origine pagana indoeuropea o pre-indoeuropea del mito dell'ultima Thule e quindi, secondo lui, anche del mito dell'Iperborea.[47] Sostiene inoltre una teoria archeologica sull'origine degli Iperborei, che sarebbero gli antichi Neandertal, secondo lui progenitori della "razza nordica" nativa europea.
  • Una lunga suite estratta dall'album Land Of Legends degli Anno Mundi, pubblicato nel 2020, è stata intitolata Hyperborea, con testi che evocano il contesto fantasy e surreale descritto dallo scrittore Robert E. Howard.
  • Brano dell'omonimo album Hyperborea del 1983 dei Tangerine Dream
  • La popolazione degli elfi iperborei compare nella saga disneyana di "Topolino e la Spada di Ghiaccio", in particolare nel secondo capitolo ("Topolino e il torneo dell'Argaar") il campione degli elfi è un taciturno arciere chiamato Fyr l'Iperboreo.
  • Hyperborea è una terra visitata da Conan, personaggio creato da Robert E. Howard, anche nella sua trasposizione a fumetti che, dal 1970 al 1996 e successivamente dal 2003 al 2017, è stata rispettivamente pubblicata dalle case editrici Marvel e Dark Horse.
  1. 1 2 3 4 Iperboreo, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  2. 1 2 Claudio Mutti, Hyperborea, su immagineperduta.it, 2019.
  3. Iperboreo, su etimo.it.
  4. 1 2 Andrea Anselmo, Il simbolismo polare e la tradizione artica, Associazione Culturale Thule Italia, 2006.
  5. 1 2 Vincenzo Pisciuneri, Le Terre primordiali (PDF), in Miti, storia velata, vol. II, 2018, p. 3 e 9-13.
  6. In un affresco di Giuseppe Valiani (1790) sul soffitto della sala centrale di Palazzo Gnudi Scagliarini a Bologna.
  7. Gli Iperborei e il giardino delle Esperidi, su storia-controstoria.org, 2014.
  8. Luigi Cerrato, Gli Iperborei in Erodoto e Pindaro, in Atti del Congresso Geografico Italiano, § 72, Genova, S.I.A.G., 1925, p. 237.
  9. Fr. 150 Merkelbach-West, vv. 21-24.
  10. F 16 a J.
  11. II 115, 1.
  12. Olimpiche, 3,13-16.
  13. F 187 b e c J.
  14. F 1 J.
  15. Si veda a tale proposito il poema di Aristea di Proconneso sugli Issedoni.
  16. Diels & Kranz 2006, Giamblico (p. 921): «Iperboreo: Abaris.».
  17. Diels & Kranz 2006, Nicomaco (p. 583, frag. 13): «[A proposito dei prodigi compiuti da Pitagora. Presero parte a questi prodigi Empedocle di Agrigento, Epimenide di Creta e Abaris l'Iperboreo, e spesso anche loro ne compirono di simili. Lo mostrarono con chiarezza le loro opere, e soprattutto i loro soprannomi: quello di Empedocle era "Domatore del Vento"; "Purificatore" era quello di Epimenide, e quello di Abaris "Aerobata"».
  18. Diels & Kranz 2006, Eliano (p. 223, frag. 7, tratto dal Varia historia): «Aristotele dice che dai Crotoniati Pitagora era chiamato Apollo Iperboreo».
  19. Monti Rifèi o Ripèi, su sapere.it.
  20. Storie, IV 13.
  21. Pausania, Periegesi della Grecia, I, 31, 32; V, 7, 8; X, 5, 7, 8.
  22. Bibliotheca historica, II, 47.
  23. Plutarco, Vite parallele, in Vita di Caio Mario, cap. 11.
  24. Geogr. I, IV, 2.
  25. 1 2 Naturalis Historia, libro. IV, cap. 12, § 89-91.
  26. Ezio Albrile, Iperborea: il mito polare tra simbologia, estasi e immaginazione, Il Cerchio, 2018.
  27. Martino Menghi, L'utopia degli Iperborei, Iperborea, 1998.
  28. Luigi De Anna, Thule: le fonti e le tradizioni, pag. 97, Il Cerchio, 1998.
  29. (EN) Edwin Burrows Smith, Jean-Sylvain Bailly: Astronomer, Mystic, Revolutionary (1736-1793).
  30. (EN) Dan Edelstein, Hyperborean Atlantis: Jean-Sylvain Bailly, Madame Blavatsky, and the Nazi Myth.
  31. (EN) David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth.
  32. Girolamo Chiaro, Modernismo magico. Eredità nietzscheana e radici esoteriche nell'arte del XX secolo (PDF), su thesis.unipd.it, Università degli Studi di Padova, 2023, p. 35.
  33. Vincenzo Pisciuneri, La terra iperborea (PDF), su Le Terre Primordiali, sapienzamisterica.it, p. 9.
  34. 1 2 Michel Coquet, La storia del nostro pianeta (PDF), in Luci della Grande Loggia Bianca: Atlantide e Lemuria, § 1, Amrita, 1995, pp. 14-15.
  35. 1 2 (EN) Rudolf Steiner, The Hyperborean and the Polarean Epoch, su rsarchive.org, O.O. n. 11.
  36. 1 2 Adriano Scianca, Un popolo misterioso e antico: gli Iperborei, su identitario.org, 2024.
  37. Paolo Ercolani, Nietzsche l'iperboreo, Il Nuovo Melangolo, 2022.
  38. Roberto Pinotti e Alfredo Lissoni, Luci nel cielo, Milano, Mondadori, 2014, pp. 231-245.
  39. Francesco Surdich, Miscellanea di storia delle esplorazioni, Genova, Fratelli Bozzi, 1975, pp. 13-18.
  40. 1 2 Gabriele Zaffiri, Alla ricerca della mitica Thule: spedizioni ed esplorazioni naziste nel mondo, pag. 19 Edaat Framar, 2006.
  41. Julius Evola, Le migrazioni nordico-occidentali, in Indirizzi per una educazione razziale, Napoli, Conte, 2016 [1941].
  42. 1 2 Paolo Spaggiari, Il Graal: analisi storico-letteraria e prospettive antropologiche, Alta Formazione Editrice, 2025, p. 327.
  43. Raffaele Ganzerli, Il Darwinismo Sociale in Germania dall'Unificazione al Terzo Reich, Youcanprint, 2014, p. 49.
  44. Joscelyn Godwin, Julius Evola, l'ultimo iperboreo, in Il mito polare. L'archetipo dei poli nella scienza, nel simbolismo e nell'occultismo, § 6, Roma, Edizioni Mediterranee, 2001, pp. 68-74.
  45. Giovanni Sessa, Evola e il mistero iperboreo, su centrostudilaruna.it, Centro Studi La Runa, 2021.
  46. BURZUM: nuovo album, su metalitalia.com, 9 ottobre 2019.
  47. Burzum, su blackmetalistkrieg.net, 2017.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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